Orari SS. Messe

Domenica e festivi:
h.9.00 - 10,30 - 12,00
Prefestiva Sabato ore 18,30

Feriali (escluso lunedì e sabato): h. 8.00

Nella cappella in Via Sestriere 32/a: domenica ore 10,00

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Riflessioni in Avvento


IL VISO DI DIO
Il Dio di Platone era inaccessibile nella sua grandezza. Quello di Epitteto si confondeva con l’anima delle cose. Il Cristianesimo, al contrario, ha condotto Dio alla portata dell’uomo. Gli ha dato un volto. Ne ha fatto nostro padre, nostro fratello, nostro salvatore. Si convertì dopo una visita a Lourdes: Alexis Carrel, Nobel per la medicina nel 1912, ci ha lasciato la testimonianza della sua fede nell’opera, divenuta molto popolare, L’uomo questo sconosciuto. Noi, invece, abbiamo attinto a un altro suo testo, La preghiera, ove è messa in azione una suggestiva comparazione. Grande è la spiritualità di Platone, ma il suo è un Dio perfetto e distaccato nella sua trascendenza. Il suo discepolo Aristotele suggellerà questa perfezione gelida nella sua definizione di Dio come «motore immobile». Venne, poi, lo stoicismo che ebbe nello schiavo filosofo Epitteto un alto maestro di spiritualità. Eppure quel Dio, che si era molto avvicinato alle creature, si era disperso nello stesso creato, con un’immanenza così totale da dissolversi nella realtà, nel mondo, nell’umanità. Ecco, allora, il Dio cristiano che rimane Dio, Verbo eterno e infinito, eppure ha un volto col quale dialogare, nel quale fissare lo sguardo, dal quale attendere un sorriso o una parola. È il viso di Gesù Cristo che conserva intatto lo splendore del mistero, ma che ha anche tutto il calore di una faccia umana, simile alla nostra. È questo il segreto ultimo del Natale ove il volto di Dio è quello dolce del bambino, ma è anche il senso profondo della Passione quando quel profilo si lacera, sanguina, spasima e urla. In questa luce si capisce perché i salmisti ripetano un anelito costante: «Quando verrò e vedrò il volto di Dio?» (Salmo 42,3).

(Gianfranco Ravasi, Il mattutino del 27/11/2011)

 

IL SI’ DI MARIA

Maria è così fortemente coinvolta inciò che avviene in lei, che attraverso il suo semplice e modesto sì essa prende il posto di tutto il genere umano. In lei tutta la fede e l’obbedienza dell’Antico Testamento dal tempo di Abramo si riassume e si realizza.Qui si apre un cammino che rimane inimitabile, ma sul quale è tuttavia possibile una certa sequela. “Chi fa la volontà di Dio, costui mi è fratello, sorella, madre”(Mc 3,25). Questo è molto di più che un modo di dire immaginifico. Il Figlio di Dio vuole prendere forma umana da tutti e in tutti coloro che gli somigliano come fratelli e sorelle nella misura in cui come lui stesso si consacrano a fare la volontà del Padre.Maria segue il destino di colei che, riassumendo l’antico patto, genera il nuovo: “Donna che ho da fare con te?” la respinge nel deserto spirituale della contemplazione. Un deserto nel quale da lontano, solo pregando e meditanto, può seguire il cammino del Figlio che finisce sotto la croce, dove il Figlio la cede definitivamente al discepolo che la accoglie “presso di sé”, nella Chiesa, di cui sarà da allora figura e immagine, nel deserto di questo tempo.

(H. U. von Balthasar, Meditare da cristiani)

 

INCESSANTE APPELLO DI DIO

Cristo ci rivolge la sua chiamata non una volta per tutte, ma ripetutamente, lungo tutta la nostra vita a partire dal battesimo. Che obbediamo o meno, la sua voce, continua a chimarci. Se non siamo stati fedeli al battesimo, ci chiama al pentimento, se cerchiamo di rispondere alla nostra vocazione personale, ci chiama sempre oltre, di grazia in grazia, finchè ci sarà dato di vivere. Abramo fu chiamato a lasciare la sua patria, Pietro le sue reti, Matteo il suo lavoro, Eliseo i suoi campi, Natanaele la sua solitudine. Tutti siamo incessantemente chiamati da una realtà a un’altra, sempre più lontano, senza mai trovare riposo, fino alla fine. E se obbediamo a un appello di Dio è per essere pronti ad ascoltarne un altro perché Dio continua a chiamarci, lui che sempre vuole giustificarci, che sempre e sempre di più vuole santificarci e un giorno avvolgerci della sua gloria. (J.-H. Newman, Sermoni)

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